Non c’è nulla di più volatile, in alta gioielleria, di un diamante rosa. Lo sanno i pochi che hanno avuto il privilegio di tenerne uno tra le dita: non è una pietra, è un battito. E mentre a Venezia il Leone d’oro si aggirava tra i riflettori, un altro predatore stava facendo il suo ingresso nella corsa agli Oscar: ‘Wild Horse Nine’, l’ultimo film di Martin McDonagh con John Malkovich, Sam Rockwell e Parker Posey. Un cavallo selvaggio, appunto. E io, da orafo abituato a domare la luce, non posso fare a meno di vedere in quella pellicola la stessa energia che cerco quando incastono uno zaffiro giallo in un anello che deve sembrare vivo.
La corsa, il gesto, la pietra che non sta ferma
McDonagh non costruisce scene: le libera. I suoi personaggi entrano in campo come cavalli imprevisti, con una fisicità che ricorda il movimento di un pendente quando chi lo indossa attraversa una sala. In alta gioielleria, la differenza tra un buon gioiello e uno straordinario sta proprio in quella frazione di secondo in cui la luce si aggrappa alla pietra e poi fugge. Un diamante tagliato male è un animale domato: bello, ma prevedibile. Un taglio a pera ben calibrato, invece, è un cavallo che si impenna: ti costringe a guardarlo, a seguirlo, a rispettarlo. Il cinema di McDonagh, con i suoi dialoghi che scattano come molle d’oro, insegna che l’imprevisto è l’unica vera sicurezza.
John Malkovich, con la sua faccia da cammeo sbagliato, porta sullo schermo una tensione che nei laboratori di alta gioielleria conosciamo bene: quella di un materiale che non vuole essere piegato. Quando lavoro con il corallo di Sciacca, per esempio, so che ogni taglio è una trattativa: la pietra decide fino a che punto posso spingermi. Il film di McDonagh fa lo stesso con gli attori: li mette in situazioni limite e poi osserva come reagiscono. Non è diverso da ciò che accade quando devo decidere se un rubino birmano da cinque carati deve diventare un anello o un pendente. La pietra ti sussurra la sua strada, ma solo se hai il coraggio di ascoltarla.
L’Oscar come un incastonatura perfetta
C’è un momento, in ogni grande film, in cui tutto si ferma: un silenzio che pesa più di mille parole. In alta gioielleria lo chiamiamo ‘il punto di luce’ — quell’istante in cui una pietra, finalmente liberata dal metallo che la tratteneva, cattura il sole e lo restituisce moltiplicato. ‘Wild Horse Nine’ sembra costruito interamente su questi istanti: le pause tra i dialoghi, i respiri di Sam Rockwell, gli sguardi di Parker Posey. Sono come i vuoti tra i griffe di un castone: invisibili, ma essenziali. Se togli il vuoto, la pietra cade. Se togli il silenzio, la scena muore.
La corsa agli Oscar è, in fondo, una questione di proporzioni. Non vince il film più rumoroso, ma quello che sa dosare la luce e l’ombra con la precisione di un incastonatore che lavora con lente e pinzetta. McDonagh ha capito che l’irregolarità è un pregio: un cavallo selvaggio non corre in pista, corre nel prato. E così i suoi gioielli narrativi — perché di questo si tratta, di gioielli fatti di scene e battute — rifiutano la simmetria facile dei blockbuster. Preferiscono la scommessa del taglio a rosetta, quello che non brilla mai allo stesso modo due volte, che cambia con la luce del mattino e quella del tramonto.
Quando un film arriva a Venezia e parte per gli Oscar, compie lo stesso viaggio di una pietra grezza che lascia la miniera per diventare un gioiello da collezione. Il tappeto rosso è la mia vetrina, il festival è il laboratorio, e la statuetta è il certificato di autenticità. Ma la verità, come in alta gioielleria, è che il valore non sta nel premio: sta nel modo in cui l’opera — sia essa un film o un anello — si comporta quando nessuno la guarda. Un cavallo selvaggio resta selvaggio anche da solo. Un diamante perfetto resta perfetto anche al buio. ‘Wild Horse Nine’ ha questa rara qualità: non ha bisogno di vincere per essere già un classico. E io, che passo la vita a cercare l’equilibrio tra materia e luce, so riconoscere un cavallo che non si lascia domare. È lo stesso che cerco ogni volta che apro una cassaforte piena di pietre colorate.





